Stress, ansia, negatività, pensieri controversi. Sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano la fobia sociale. Si tratta di disturbi principalmente legati all’ansia che un individuo ha quando si trova in un determinato contesto sociale. I sociofobici hanno paura di stare con altre persone, di sentirsi “inferiori”, giudicati dalla società. Questo disturbo, se non curato, può portare l’individuo ad isolarsi sempre di più. Ma quali sono le soluzioni per aiutare chi soffre di questo disturbo a ritrovare l’equilibrio psico-fisico giusto per vivere nella società?

Equilibrio tra mente e corpo

Il primo passo per star bene con se stessi è quello di avere un equilibrio tra mente e corpo. Anche chi non ha questo disturbo talvolta può trovarsi in una situazione di “squilibrio”. Oggi anche nel nostro paese si praticano tecniche particolari che aiutano le persone a star bene. Una di queste è lo yoga. Questa tecnica orientale è entrata nella nostra cultura non molto tempo fa e ha riscosso molto successo. È stato accertato che la pratica dello yoga può avere notevoli benefici sui pazienti sociofobici in quanto interviene sull’ansia e aiuta a portare avanti un salutare lavoro su se stessi. La pratica dello yoga insegna all’individuo come gestire la sofferenza, ad osservare le sensazioni e le emozioni negative e ad accettarle senza sentire l’istinto di fuggire via. È un controllo delle proprie emozioni e sensazioni. Ha cominciato a essere preso in considerazione anche dalla medicina occidentale come cura alternativa o in combinazione con le terapie tradizionali. Vediamo quali sono le sue peculiarità, cenni sulla sua nascita e come può questa disciplina essere applicata ad un disturbo sociale.

Dall’oriente all’occidente

Il termine yoga è il risultato dell’unione di due parole “Yo” e “ghan” che significano unione e completezza.  La filosofia alla base della disciplina individua nello yoga la via che l’uomo deve percorrere per giungere al completamento dell’essere, attraverso un percorso di unione dell’individuale con l’universale. Questa unione porta l’individuo a credere di più in se stesso e, di conseguenza, ad integrarsi bene nel contesto sociale. Al di là della complessa e affascinante filosofia posta alla base di tale disciplina, lo yoga viene spesso utilizzato per fini terapeutici nel trattamento di disturbi d’ansia e depressione e nelle fobie sociali. Ma dove affondano le radici della sua nascita?

La nascita dello yoga

Con il sostantivo maschile “yoga” nella terminologia delle religioni originarie dell’India si indicano le pratiche ascetiche e meditative. Non specifico di alcuna particolare tradizione hindu, lo yoga è stato principalmente inteso come mezzo di realizzazione e salvezza spirituale. Quindi variamente interpretato e disciplinato a seconda della scuola. Tale termine sanscrito, con significato analogo, viene utilizzato anche in ambito buddhista e giainista. Come termine collegato alle darśana, yoga-darśana (dottrina dello yoga) rappresenta una delle sei darśana, ovvero uno dei “sistemi ortodossi della filosofia religiosa” hindu.

Varie terminologie

Molti studiosi, tra i quali il rumeno Mircea Eliade (1907 – 1986), storico delle religioni, riferiscono il termine yoga alla radice “yuj-” con il significato di “unire”, da cui anche il latino “iungere” e “iugum”. Da questa radice verbale derivano altri termini sanscriti quali unire, legare, aggiogato. Nel linguaggio corrente con “yoga” si intende un variegato insieme di attività che non rispecchiano lo Yoga tradizionale, attività che comprendono ginnastica del corpo e della respirazione, discipline psicofisiche finalizzate alla meditazione o al rilassamento, tecniche miste che unirebbero lo Yoga con tradizioni lontane. In senso ampio lo yoga è una via di realizzazione spirituale che si fonda su una sua propria filosofia. Un percorso che diviene via via sempre più totalizzante.

Problema temporale

Lo yoga non appartiene alla civiltà vedica (2500 – 500 a.e.v.). Però termini derivanti dalla medesima radice verbale del sostantivo (yuj-) risultano già attestati nelle Saṃhitā dei Veda. Lo Yoga fa la sua comparsa nelle successive Upaniṣad vediche del periodo medio, all’incirca fra il VI e il IV secolo a.e.v. (avanti era volgare) È sistematizzato come disciplina e come filosofia fra il II sec. a.e.v. e il V secolo. Si deduce quindi che lo yoga si sia imposto in un arco di tempo situato a cavallo degli inizi dell’era attuale. Ciò però non conferma la supposizione che le origini siano anch’esse collocate in questo stesso periodo. Innanzitutto ci troviamo in un periodo nel quale il mezzo principale di diffusione del sapere era ancora quello della tradizione orale, mentre lo yoga potrebbe essere sorto o sviluppatosi in fasce della popolazione non use alla scrittura o comunque lontane dal mondo brahmanico. In secondo luogo si osserva che lo yoga, come disciplina filosofica basata su un percorso pratico anziché sulla conoscenza metafisica, contrasta sia con la cultura vedica sia, in parte, con quella upaniṣadica.

Prodotto culturale?

La tesi sostenuta dallo storico delle religioni Mircea Eliade che a lungo si è occupato dello yoga permanendo alcuni anni anche in India, è che proprio per questa sua tendenza verso il concreto, lo yoga è un prodotto non della cultura vedica ma dell’India aborigena, così come lo sarebbero altri elementi che saranno caratteristici del successivo Induismo: la devozione mistico-emotiva (la bhakti); i cerimoniali individuali di adorazione delle divinità (la pūjā); la struttura iniziatica. Elementi questi peculiari di una religione del popolo e non di una classe sacerdotale elitaria. Eliade definisce lo yoga un “fossile vivente”, collocandone le origini nella cultura di quel variegato mondo autoctono che la migrazione indoariana incontrò, essendo sopravvissuto relegato negli strati più popolari, dove si sarebbe preservato grazie a una struttura settaria.

2019-01-04T16:41:12+00:00

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